LA NOTTE NEL CUORE ANTICIPAZIONI: CIHAN TRA VITA E MORTE, MELEK LO VEGLIA IN LACRIME IN OSPEDALE
LA NOTTE NEL CUORE: CIHAN TRA LA VITA E LA MORTE, MELEK VEGLIA TRA LACRIME E SPERANZA – L’alba si alzava lenta su una città ancora stordita dal dolore, eppure, dentro le mura fredde dell’ospedale, la vita sembrava trattenere il respiro. Tutto era cominciato poche ore prima, in una mattina qualunque che il destino aveva trasformato in tragedia. Melek, fragile e inquieta, stava cercando un regalo per sua madre quando la normalità si era infranta in un istante: due uomini incappucciati, un urlo, un colpo secco di pistola. Cihan, che l’aspettava fuori, aveva reagito d’istinto, gettandosi su di lei per proteggerla. Lo sparo lo aveva colpito al petto, vicino al cuore. In pochi secondi il mondo di Melek si era sgretolato, lasciandola inginocchiata sul pavimento, le mani sporche del sangue dell’uomo che amava. Da quel momento, la sua vita si era ridotta a una corsa disperata contro il tempo, una preghiera incessante tra le sirene dell’ambulanza e il rumore metallico dei corridoi ospedalieri.
Quando Cihan era stato portato in sala operatoria, Melek non aveva più avuto un respiro libero. Ogni secondo d’attesa era un colpo al petto, ogni ticchettio dell’orologio un passo verso l’ignoto. Il medico aveva parlato con voce bassa e grave: “Il proiettile è vicino al cuore.” Parole che avevano spezzato il silenzio come una condanna. Nel corridoio, la luce al neon tagliava il buio e rendeva i volti spettrali. Melek, immobile sulla sedia, stringeva un foulard tra le mani come se potesse salvarla dall’abisso. Accanto a lei Taen, l’uomo che conosceva il dolore meglio di chiunque altro, cercava di darle forza, ma non esistono parole che possano contenere la paura di perdere chi ami. Anche Arika, la rivale di sempre, si era seduta in silenzio accanto a lei, e per la prima volta non c’era ostilità, solo il peso condiviso di un dolore troppo grande. Poi era arrivata Sumru, la madre di Melek, vestita di nero, come se avesse già previsto il peggio. Aveva guardato la figlia da lontano, incapace di avvicinarsi, divorata dal rimorso. In quella notte sospesa, nessuno aveva più difese. Solo paura, amore e colpa intrecciati come fili dello stesso destino.
Le ore scorrevano lente, implacabili, fino a quando il chirurgo era uscito con il volto pallido. “Abbiamo fatto tutto il possibile,” aveva detto. “Il proiettile è troppo vicino al cuore. Ora è in terapia intensiva.” Le parole si erano disperse nell’aria come fumo. Melek, piegata dal dolore, era rimasta in piedi per miracolo. Poi, come guidata da un impulso antico, era entrata nella cappella dell’ospedale. Davanti alle candele tremolanti aveva pregato per la prima volta dopo anni, non per un miracolo, ma per la forza di resistere. “Se devi prendere qualcuno, prendi me,” aveva sussurrato con la voce spezzata. Quando tornò, il suo volto era segnato, ma nei suoi occhi brillava una calma nuova. Si sedette davanti alla stanza di Cihan e giurò a sé stessa che non si sarebbe mossa finché non l’avesse sentito respirare. E fu in quella lunga notte che accadde l’imprevedibile. Un battito sul monitor, una variazione minima ma reale. “Sta reagendo,” aveva detto il medico. In un istante, la speranza tornò a respirare. Melek tremava, le lacrime scendevano come pioggia. Per la prima volta da ore, la paura lasciò spazio alla fede. Cihan era ancora vivo, e il suo cuore, seppur ferito, continuava a battere.
All’alba, quando le prime luci filtravano dalle finestre dell’ospedale, Cihan aprì gli occhi. Il primo volto che vide fu quello di Melek, piegata su di lui, gli occhi rossi ma pieni di luce. “Sei salvo,” gli sussurrò. Lui tentò di parlare, ma solo un filo di voce riuscì a dire: “Dove sono?” “Con me,” rispose lei. E in quell’abbraccio sospeso tra sogno e realtà, tutto il dolore della notte sembrò sciogliersi. Sumru, nascosta dietro la porta, lasciò finalmente andare il pianto che aveva trattenuto. Anche Arika, la rivale trasformata dal dolore, capì in quel momento che l’amore non è debolezza ma la più grande forza che un essere umano possa conoscere. Cihan si voltò verso Melek e, con voce flebile ma lucida, mormorò: “Tu sei il motivo per cui ho voluto restare.” Quelle parole furono come un sole che squarcia il buio. Il medico annunciò che era fuori pericolo, il proiettile sarebbe rimasto dov’era ma non minacciava più il cuore. Melek si lasciò andare a un pianto liberatorio, il corpo scosso da singhiozzi di sollievo. Per la prima volta dopo tanto tempo, la paura non aveva più potere su di lei.
Il pomeriggio successivo, la stanza di Cihan si riempì di una luce nuova. Il sole filtrava attraverso le tende bianche, l’aria profumava di pioggia e terra bagnata. “Senti,” disse lui piano, “è come se tutto fosse ricominciato.” Melek sorrise, un sorriso lieve, incredulo, il sorriso di chi ha attraversato l’inferno e ne è uscito con il cuore ancora capace di amare. Si sedette accanto a lui e gli prese la mano. “Hai mantenuto la promessa,” mormorò. “Non mi hai lasciata.” Cihan la guardò a lungo, poi chiuse gli occhi e rispose con un sussurro: “Tu mi hai salvato la vita.” Fuori, la pioggia continuava a cadere lenta, come un battito costante che scandiva la rinascita. Nel corridoio, Taen osservava in silenzio. Aveva visto troppa morte per credere nei miracoli, ma quella notte gli aveva insegnato che a volte bastano due persone che si tengono per mano e decidono di non lasciarsi mai più. Quando il sole del nuovo giorno illuminò le tende bianche, la notte nel cuore di tutti loro era finalmente finita.